Le donne pagheranno il maggior costo dell'iniqua manovra economica


Solo una maggiore uguaglianza di opportunità di reddito e di genere può garantire la sostenibilità economica di lungo periodo.

Se dovessimo stilare un bilancio di genere della manovra finanziaria per rientrare dal debito, come richiesto della UE e come inevitabile, questo sarebbe pesantemente negativo per le donne italiane.

La riduzione delle risorse degli enti locali, i conseguenti tagli ai servizi, l’aumento delle tariffe, il ridimensionamento del welfare a partire dalle pensioni delle donne, oltre che falcidiare i risparmi delle famiglie e i loro standard di vita, colpisce in primis le donne, che dovranno sostenere il peso della mancanza dei servizi di cura, avranno difficoltà di conciliazione vita e lavoro, meno possibilità di lavorare e meno reddito. Insomma, una vera spirale regressiva per la vita delle donne italiane, le meno tutelate a livello europeo e quindi una perdita secca anche per tutta l’economia del Paese.

Le donne del Pubblico Impiego sono state scippate dai risparmi derivanti dall’aumento dell’età pensionabile, già in vigore con la scorsa finanziaria, risparmi che in parte sarebbero dovuti andare a beneficio della conciliazione vita e lavoro. Ciò non è avvenuto e lo stesso accadrà ai risparmi derivanti dall’allungamento delle pensioni delle dipendenti private. E così saremo doppiamente truffate: l’età della pensione si allunga e contemporaneamente diminuiscono i servizi.

 La manovra dell’estate per rimettere in ordine i conti dello Stato, con i continui dettagli che cambiavano ogni giorno, alimentando ulteriormente la speculazione e il discredito del Governo, era chiara fin dall’inizio. Nessun provvedimento a favore della crescita, aumento del prelievo fiscale appesantito di molto con l’aumento dell’IVA, (provvedimento questo a carattere fortemente regressivo per i redditi più bassi) rifiuto del taglio dei costi della politica, troppo importanti per mantenere in piedi i centri di potere.

 La decisione politica di non colpire redditi e ricchezze fin’ora poco o nulla tassati, ha lasciato il taglio ai servizi come sola opzione di tutti i provvedimenti che sono succeduti alla legge finanziaria del dicembre del 2010. L’offesa all’equità è arrivata al punto tale che gli stessi ricchi si sono resi disponibili ad essere tassati di più.

Il bilancio di genere non è mai stato necessario come ora per valutare come ogni riduzione della spesa e ogni aumento di imposta ricada sulle tante disuguaglianze, a partire da quelle tra uomini e donne.

La crisi dovrebbe servire a ripensare il nostro modello di sviluppo, spostando le risorse dal finanziamento delle infrastrutture fisiche e quelle sociali, dalle autostrade ai servizi. Deve essere chiaro che solo una maggiore uguaglianza di opportunità di reddito e di genere può garantire la sostenibilità economica di lungo periodo.


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