Conciliazione tra vita e lavoro: per migliorare la crescita economica e il welfare


Lavorare con soddisfazione, poter contare su un reddito autonomo e al tempo stesso avere una vita piena personale e sociale è un’esigenza comune a uomini e donne.

Conciliare è possibile, conviene all’impresa e ai lavoratori/trici.

Là dove esistono accordi che favoriscono la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro si segnalano vantaggi in termini di produttività e qualità, forte miglioramento del clima interno e delle relazioni, aumento della soddisfazione, motivazione e senso di appartenenza dei lavoratori/ici e riduzione dell’assenteismo. Tali buone prassi, che hanno ripercussioni positive anche sui contesti familiari, migliorano l’immagine dell’azienda e aiutano trattenere i talenti e a svilupparne le competenze.

Le organizzazioni che proteggono i propri membri vanno viste come attori del welfare, in quanto contribuiscono in modo significativo alla coesione sociale.

Quante mamme, costrette oggi a scegliere tra lavoro e responsabilità familiari, domani chiederanno sussidi per sé e per i propri figli?

Le incongruenze del nostro sistema economico sospingono nuovi poveri verso i servizi sociali, servizi che a loro volta non hanno sufficienti risorse. Se permangono queste logiche nel lavoro, le politiche per la famiglia, inclusi gli assegni familiari e i contributi una tantum per i figli, avranno effetti parziali e complessivamente modesti

Ha senso parlare in questo momento di crisi economica di welfare aziendale?

La crisi produttiva che stiamo attraversando rischia di rinviare a tempi migliori le politiche di conciliazione tra vita e lavoro seguendo una logica che contrappone la qualità dell’occupazione alla quantità, mentre bisogna riconoscere che il benessere dentro le organizzazioni è una leva per moltiplicare produttività e posti di lavoro.

Molte organizzazioni si trovano di fronte ad un bivio: rimanere ancora ancorati alle logiche del passato, oppure puntare sull’innovazione. E’ una sfida che richiede nuovi modelli di business, di organizzazione e di gestione del lavoro al fine di divenire sempre più competitivi all’interno del mercato globale. Se per le grandi multinazionali si tratta di migliorare i livelli di performance, per le piccole e medie imprese si tratta della sopravvivenza.

Sicurezza sociale e sviluppo economico vanno quindi visti come due obiettivi interdipendenti. In particolare le donne sono al centro di questa dinamica.

Quando la vita delle donne diventa incompatibile con una certa organizzazione economica e del lavoro, vuol dire che il sistema è fuori controllo, sta scaricando sulla collettività i suoi costi sociali.

I dati parlano da soli: esiste una relazione diretta tra crescita economica di un paese e partecipazione delle donne al mercato del lavoro. In Italia si cresce poco o niente, non a caso siamo tra i paesi europei quello con la minor partecipazione delle donne al lavoro.

Tuttavia non si tratta di effettuare interventi per le lavoratrici svantaggiate, perché non modificano le regole organizzative: si tratta di dare un’opportunità ai sistemi di lavoro.

Esiste una normativa di sostegno alla conciliazione: l’art.9 della legge 53/00 che prevede il finanziamento di azioni positive è stato recentemente modificato allargando i soggetti coinvolti e le azioni finanziabili.

Per parlare di queste importanti novità e per illustrare le buone pratiche del nostro territorio, la Consigliera di Parità ha organizzato per il giorno 7 luglio un seminario al quale sono chiamati a partecipare tutti gli attori sociali ( sindacati, associazioni datoriali, enti locali, ordini professionali) che hanno interesse ad utilizzare gli strumenti per la conciliazione.


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