Investire sui servizi all’infanzia per tornare a crescere


Quando oltre al lavoro mancano anche le reti di protezione sociale la già difficile attività occupazionale per le donne-madri diviene impossibile.

Non bastano le difficoltà d’ingresso nel mondo del lavoro e di mantenimento del posto, purtroppo, bisogna fare i conti anche con i problemi legati alla mancanza di reti di cura adeguate.

L’Italia è tra le nazioni europee che meno investe sui servizi per le famiglie e i bambini: nel 2009, la spesa per la protezione sociale raggiungeva l’1,4% del Pil, rispetto ad una media europea del 2,3%, con la conseguenza di una forte carenza di servizi per la prima infanzia, fondamentali non solo per la conciliazione dei tempi familiari e di lavoro delle mamme, ma per la stesso sviluppo educativo e relazionale dei più piccoli.

In Italia, infatti, solo il 13,5% dei bambini fino a 3 anni viene preso in carico dai servizi, una percentuale lontanissima dall’obiettivo europeo del 33%, con una forte penalizzazione del sud, dove sono il 2,4% cioè meno di 3 su 100 in Campania ad esempio, dieci volte in meno di quelli che ne beneficiano invece in una regione come l’Emilia Romagna (29,5%).

Se i servizi di cura sono ampiamente insufficienti per favorire inserimento e permanenza della mamme nel circuito del lavoro, il coinvolgimento degli uomini nelle attività di cura parentale lascia decisamente a desiderare. Basta pensare al fatto che il lavoro familiare impegna le giovani donne 5 ore e 47 minuti al giorno, contro 1 ora e 53 minuti dei loro coetanei maschi. Allo stesso tempo, solo il 6,9% dei padri italiani ha fatto ricorso, nel 2010 a congedi parentali, introdotti con la legge 53 del 2000.

Insomma di male in peggio: accanto al deterioramento della qualità e della quantità del lavoro femminile la crisi aggrava il carico e le donne ora non solo devono fare quadrare i bilanci familiari in totale assenza di servizi di assistenza e cura, ma anche provvedere agli acquisti per l’igiene nelle scuole dei propri figli.

Ma nel 2012 non si può chiedere ad una donna di scegliere tra lavoro e maternità come se fossero percorsi di vita inconciliabili.

Il rafforzamento della rete dei servizi di cura, poi, rappresenta non solo un presupposto necessario per l’accesso al lavoro delle attuali o future mamme ma anche una spinta allo sviluppo stesso dell’occupazione femminile.

Investire sui servizi all’infanzia non è questione che riguarda le politiche familiare, e neppure è solo questione – rilevantissima – della tutela dei diritti dei piccoli cittadini: è questione che riguarda la possibilità del nostro Paese di tornare a crescere e di pensare al futuro.


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