Il mercato del lavoro non si riforma demolendo le organizzazioni sindacali


Dopo gli attacchi alla politica, dopo quelli ai partiti, è arrivato il tempo per gli attacchi alle organizzazioni di rappresentanza, nessuna esclusa, dai sindacati dei lavoratori alle associazioni degli imprenditori.

Il canovaccio è sempre lo stesso: si parte con il contestarne ruolo e adeguatezza rispetto alla fase storica, ritenendo le associazioni freno al rinnovamento, per arrivare a mettere poi in dubbio non solo la trasparenza dei bilanci ma anche il numero degli iscritti. Le solite cose, o meglio, la solita macchina del fango.

La politica quindi, pur avendo molti problemi d’affrontare di altra natura, ritiene e vuole convincere l’opinione pubblica della necessità di togliere legittimazione alle associazioni rivolgendosi direttamente al popolo.

Chi ha avuto modo di leggere la storia sa bene che questo, sebbene spacciato per atto di estrema democrazia, non è altro che un tentativo maldestro, giustificato dalla volontà di velocizzare i tempi, per assumere decisioni in maniera autonoma, indipendente e soprattutto senza confronto.

Così si parte dall’ennesima riforma del mercato del lavoro, rinnegando la precedente riforma Fornero, votata da tutti i partiti che sostenevano il governo Monti. La riforma Fornero non ha in effetti creato alcun nuovo posto di lavoro e questo dovrebbe essere sufficiente per capire che le imprese non hanno bisogno di nuove leggi in materia di occupazione per produrre e vendere.
Se c’è una cosa che non manca nel nostro Paese è proprio la flessibilità nel mercato del lavoro. Viceversa manca tutto il resto, ma non c’è stato Governo che abbia avuto la capacità o la volontà di cambiare.

Cosa servirebbe?
Si pensi una riforma della pubblica amministrazione che riconosca la produttività dei dipendenti snellendo le procedure e responsabilizzando la dirigenza sui risultati.
Si operi per lottare contro la corruzione, che nella pubblica burocrazia trova il terreno fertile per crescere e soffocare l’economia.
Si combatta la criminalità organizzata che, per dirla con Sciascia, “la linea della palma” ha non solo raggiunto l’operosa Padania ma si sta dirigendo e sta superando i confini nazionali.
Si contrasti l’evasione fiscale, asfissiante, che fa perdere al Paese oltre 120 miliardi di euro all’anno, soldi che restano nelle tasche di impuniti evasori.
Si riduca il debito pubblico che, “grazie” ai continui tagli alla spesa sociale, sta continuando a crescere senza soluzione di continuità.

Ecco quindi l’ennesimo elenco di inefficienze volute, non calate dal cielo, ma volute da chi ritiene che il bene pubblico non sia primario ma che primario sia l’interesse personale o di gruppi di affari. Inefficienze operate da chi pensa che il mercato del lavoro e l’art.18 siano da riformare demolendo le organizzazioni sindacali. Complimenti e auguri.


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