Il lavoro prima di tutto, ma a che prezzo?


Nessun sindacalista può ritenersi soddisfatto quando sottoscrive un accordo che riduce gli stipendi dei lavoratori. Purtroppo però negli ultimi anni è successo di frequente che davanti alla possibilità di perdere  il posto di lavoro i dipendenti accettino, loro malgrado, salari sensibilmente ridotti.

È il caso dell’accordo COMPOMETAL (ex officine BIASI), il recente accordo OFV (officine ferroviarie veronesi) e di questi giorni ELCOGRAF (ex Mondadori). Gli accordi sottoscritti prevedono tutti, mediamente, un riduzione di duecento euro al mese.

È un cifra importante per chi percepisce una paga da poco più di mille/milleduecento euro. É una riduzione che può compromettere i progetti di una famiglia: un figlio all’università, un mutuo per la casa o per i giovani decidere o meno di avere una casa propria.

Inoltre, é opportuno evidenziare che la riduzione del salario é frutto di contratti aziendali di secondo livello che rappresentano la contropartita riconosciuta dalle imprese a seguito di aumenti produttivi o riorganizzazioni interne.

Insomma quando è in discussione il posto di lavoro, quando l’alternativa é tra salario ridotto e disoccupazione, non ci sono dubbi su cosa scegliere: il lavoro prima di tutto! E non é solo uno slogan spesso abusato, ma un’esigenza vitale. Scatta un sentimento di solidarietà tra le persone, fatto forse anche di immedesimazione tra chi dovrebbe perdere il lavoro e chi, come in una sorta di roulette russa, riesce mantenerlo.

La maturità dimostrata dai lavoratori non sempre é stata ricompensata dai risultati. COMPOMETAL ha chiuso e per le OFV si lavora ancora ad una ripresa produttiva.

Solo un miope può non vedere il grado di maturità e dignità dei lavoratori. Gli imprenditori devono convincersi che non é più rinviabile la partecipazione democratica dei loro dipendenti nei consigli di amministrazione delle imprese. Non più pensabile considerare i dipendenti come un elemento esclusivamente produttivo e non partecipe mentalmente e responsabilmente alle scelte imprenditoriali.

Non più possibile misurare il grado di responsabilità dei dipendenti solo quando accettano la riduzione del salario. Se siamo lavoratori responsabili lo siamo sempre, anche quando siamo chiamati a condividere e dire la nostra sulla scelte dell’impresa.

Questa crisi deve essere un’opportunità di crescita e maturazione sociale, da parte di tutti, altrimenti passerà invano.


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