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Il fattore D che permetterebbe all'Italia di uscire dalla crisi

21 Marzo 2013

Lo scorso 12 marzo il consorzio AlmaLaurea ha presentato all’Università Ca’ Foscari i dati del rapporto 2013 sull’occupazione dei laureati.

Secondo le cifre fornite, il divario occupazionale tra uomini e donne non accenna a colmarsi e, pur a parità di qualifiche, le laureate continuano a guadagnare meno dei colleghi. Ad essere maggiormente penalizzate nel mercato del lavoro sono in particolare le laureate con figli, che hanno più difficoltà a trovare o mantenere un impiego e sono pagate meno di quelle che non ne hanno. Ciò che più colpisce è che il gap tra i generi è presente già dal conseguimento del titolo. Si tratta di un segnale molto negativo, che rispecchia “un ritardo culturale e civile del Paese rispetto all’obiettivo di realizzare una partecipazione paritaria delle donne al mercato del lavoro”, come ha commentato Andrea Cammelli, direttore di AlmaLaurea.

Se si vanno a guardare i dati sul tasso di occupazione dei laureati di II livello, le differenze tra uomini e donne sono palesi già a un anno dalla laurea. Il rapporto AlmaLaurea 2013 segnala che il divario è del 7,5 %, con il 63% degli uomini occupati a fronte del 55,5 % delle donne. Le differenze di genere riguardano non solo il tasso di occupazione, ma anche la retribuzione, gli uomini infatti percepiscono mediamente il 32% in più (1.220 euro contro 924 euro mensili netti) e la stabilità del lavoro (il 39 % degli uomini ha un impiego stabile contro il 33% delle colleghe). Anche dopo cinque anni dalla laurea si conferma il divario occupazionale tra i sessi: su 100 donne sono 83 quelle che lavorano, mentre per gli uomini il tasso di occupazione è all’89%.

E anche il lavoro stabile sembra essere un’esclusiva maschile. I laureati con un contratto a tempo indeterminato sono l’80%, mentre le colleghe che possono contare su questa sicurezza sono il 14% in meno. Questo, sottolinea il rapporto AlamaLaurea 2013, anche a causa del fatto che sia dura a morire nel nostro Paese l’idea che nonostante tutto lo sbocco lavorativo ideale per le donne che hanno raggiunto i livelli più alti di istruzione sia l’insegnamento.

Come se non bastasse, col passare del tempo si acuiscono anche le differenze in termini di retribuzione: a cinque anni dalla laurea gli uomini guadagnano in media 1.646 euro mensili e le donne 1.266 euro. A fare maggiormente le spese di questa situazione sono le donne che hanno figli, per le quali il tasso di occupazione scende al 72 %(contro l’89 degli uomini). Le laureate con prole risultano svantaggiate anche rispetto alle colleghe senza figli, con le quali c’è un divario del 12% in termini di occupazione e del 14% per quanto riguarda la retribuzione (1.247 euro contro 1.090 euro).

“Siamo fortemente in ritardo in termini di politiche a sostegno della famiglia e della madre-lavoratrice” commenta Cammelli “soprattutto perché dai dati appena citati si evidenzia con forza lo scarto occupazionale esistente tra le laureate, a seconda della presenza o meno di figli”. Si tratta, insomma, di una situazione sulla quale è necessario intervenire quanto prima, anche perché un maggiore e più qualificato impiego della forza lavoro femminile sarebbe determinante per portare l’Italia fuori dalla crisi.


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