W la flexsecurity


“Se fossi nel sindacato sulla vicenda Fiat proporrei al Dottor Marchionne di fare una ristrutturazione a gioco somma positiva dove tutti possono guadagnare e dove i lavoratori possono attendersi piena sicurezza sul piano economico e un investimento sulla loro professionalità”. Da qui parte il giuslavorista Pietro Ichino, ospite del Partito Democratico all’Ater. Il senatore introduce il concetto di flexsecurity: “ Flessibilità e sicurezza sul luogo di lavoro significano una migliore qualità dei servizi nel mercato del lavoro e una decisa capacità di condizionare il sostegno al reddito e un aumento delle risorse pubbliche”.

La proposta di legge del docente milanese parte dall’assunto che nei prossimi anni regnerà ancora grande incertezza per la maggior parte delle centinaia di migliaia di persone che nella crisi stanno perdendo il vecchio lavoro, ne ritroveranno uno, se pure lo ritroveranno, nelle forme più instabili e meno protette. L’incertezza sul futuro porterà ad aumentare la quota del lavoro di serie B o C, in tutte le sue forme, compresa quella del lavoro nero. È proprio in un periodo di crisi economica, cioè di grave incertezza sul futuro, che le imprese sono più riluttanti a compiere nuove assunzioni con garanzie rigide di stabilità; proprio in questo periodo, dunque, è indispensabile trovare il modo di coniugare la flessibilità di cui le imprese hanno bisogno con una nuova forma di protezione della stabilità del lavoro e del reddito dei lavoratori, se vogliamo evitare che si allarghi a dismisura l’area del lavoro precario. Il disegno di legge illustrato punta non su di cambiamento del sistema, ma sul metodo del try and go, dove la sperimentazione è oggetto di scelta contrattuale tra impresa e sindacato, cui la legge si limita a offrire una guida e una sponda; inoltre scommette sulla superiorità effettiva di un nuovo regime, quello ispirato ai migliori modelli della flexsecurity nord-europea. Ichino con toni severi ci ammonisce che il mercato del lavoro è diviso in due: i garanti e i non garantiti: “il vecchio sistema duale separa i lavoratori “di serie A”, nettamente privilegiati, da quelli “di serie B e C”, nettamente svantaggiati; con il “contratto di transizione” al nuovo regime, invece, queste “serie” inferiori vengono drasticamente abolite (perché le imprese rinunciano ad assumere con contratti di “lavoro a progetto” e, salve poche eccezioni, con contratti a termine). E non è irrealistico prevedere che, quando il nuovo regime incomincerà a essere concretamente sperimentato, anche i vecchi dipendenti si renderanno conto che il sistema “alla danese” funziona meglio, offre una protezione migliore; e chiederanno ai loro sindacati di negoziare l’estensione del nuovo regime a tutta l’azienda. Dove questo accadrà, il superamento del dualismo sarà immediato”. Il professor Ichino denuncia rigide chiusure che ha incontrato il suo progetto sulla flexsecurity sia in ambito sindacale sia in ambito accademico: “Se vogliamo delineare una politica del lavoro che dica qualche cosa di credibile alle nuove generazioni, smettiamola con le squalifiche preventive di qualsiasi progetto che anche soltanto marginalmente “tocchi” il vecchio ordinamento. E mettiamo nostra competenza a disposizione dei lavoratori e degli imprenditori per un nuovo diritto del lavoro di cui le nuove generazioni hanno bisogno”.

Quello tra capitale e lavoro è uno dei conflitti di fondo, ma non rappresenta il paradigma dei conflitti in una società oggi esasperata da tensioni varie e ben più complesse. Ed ogni conflitto va riconosciuto e rappresentato per poter essere regolato e affrontato. Perché non esploda. Questa è la differenza tra riformisti e radicali. Il conflitto postindustriale è necessariamente plurale perché molteplici sono gli interessi da considerare e comporre e come tale fa affrontato. Per evitare che la soluzione di oggi inneschi l’esplosione di domani. Per evitare che l’aiuto al padre costringa il figlio ad emigrare.

Ichino parte opportunamente da questo dato di fatto, spesso ignorato nella pratica delle relazioni industriali di questo paese. Esiste un filo logico e preciso, suggerisce Ichino, che ogni sindacalista ed ogni imprenditore dovrebbe percorrere con saggezza ed equilibrio, che lega indissolubilmente le regole dell’economia e le regole delle relazioni industriali e che spesso è stato e viene ignorato. La rottura del principio che vede nella forza dell’azienda sul mercato il principale antidoto contro la disoccupazione ha prodotto e continua a produrre errori che stiamo pagando caro proprio nei termini nella creazione e della giusta distribuzione delle opportunità. Insomma, esiste un nesso forte tra economia bloccata e sindacato bloccato. Tra la difesa ad oltranza del posto che l’economia non richiede e la mancanza di proposte e strumenti per la creazione di nuovi posti di lavoro. In una economia bloccata e da sbloccare è quindi decisivo ripensare al ruolo del sindacato, alle regole della rappresentatività, alle forme e ai luoghi della contrattazione, ai limiti del diritto di sciopero e alla più generale regolazione del rapporto tra economia, rappresentanza e diritti dei lavoratori e dei cittadini. Il giuslavorista ci offre un punto di vista interessante ed è uno stimolo soprattutto per la politica e il sindacato, in questo periodo dove i valori restano, ma i tempi cambiano. Inesorabilmente.

Emiliano Galati
Segretario Generale Felsa Cisl Veneto


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